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Gli Yama, leggi morali dello Yoga

Oggi voglio parlarvi di filosofia dello yoga e in particolare degli Yama. Per farlo, ho preparato un video in cui vi racconto nel dettaglio la storia e il significato di questi precetti.

Insieme capiremo perché sono importanti e come si possono mettere in pratica nella vita di tutti i giorni.

Qui di seguito, potrete leggere un piccolo estratto sulle caratteristiche principali degli Yama. Buona lettura!

Che cosa sono gli Yama?

La prima volta che sentiamo nominare gli Yama siamo nei Rgveda, una delle 4 suddivisioni dei Veda, i libri sacri secondo l’Induismo. Qui vengono identificati 10 Yama (i primi 5 dei quali troviamo anche negli Yoga Sutra di Patanjali) e sono:

  • Ahimsa, la non violenza
  • Satya, la non falsità
  • Asteya, il non rubare
  • Brahmacharya, la castità
  • Aparigraha, il non possesso
  • Kṣamā, la pazienza
  • Dhrti, la perseveranza
  • Dayā, la compassione
  • Ārjava, la sincerità
  • Mitāhāra, l’alimentazione moderata

La parola Yama deriva dalla radice sanscrita Yam, che significa controllo. Possiamo vederli un po’ come delle leggi morali che ci indicano come vivere in armonia con noi stessi e con gli altri.

In particolare gli Yama possono aiutarci a capire come autocontrollarci nella vita, come non lasciarci andare ai nostri istinti e impulsi negativi, che sono spesso la causa della nostra infelicità.

Non sono però da confodere con dei veri e propri comandamenti, sono pensati per consentirci di seguire la nostra vera natura, liberandoci dai sentimenti negativi che ci impediscono di essere noi stessi.

Gli Yama costituiscono poi il primo degli 8 rami dello yoga che ti descriverò nei prossimi focus:

  • Yama, leggi morali
  • Niyama, auto-osservazione
  • Asana, posizioni
  • Pranayama, il respiro
  • Pratyahara, l’interiorizzazione
  • Dharana, la concentrazione
  • Dhyana, la meditazione
  • Samadhi, l’illuminazione

il che vuol dire che lo yoga non è solo una pratica fisica, ma come potete vedere, lo yoga è una pratica estremamente spirituale, estremamente filosofica per quanto riguarda la nostra vita.

Iniziamo però dal principio ed andiamo a conoscere uno ad uno i 10 Yama.

1. Ahimsa, non usare la violenza

Ahimsa significa non violenza ed è, secondo tantissimi testi, la virtù più grande dell’essere umano.

Questo concetto ha moltissime sfaccettature perché non stiamo parlando semplicemente di non ferire qualcuno fisicamente, ma anche attraverso atteggiamenti, parole e pensieri. Inoltre, non si riferisce solo alle persone, ma a tutti gli esseri viventi.

Secondo il concetto di Ahimsa tutti gli esseri viventi sono portatori e portatrici di un’energia divina. C’è del divino in ognuno di noi, per cui è bene rispettare la vita degli altri e cercare di non ferirli, perché quando lo facciamo, riflettiamo lo stesso dolore dentro di noi.

Ma… fino a che punto io non devo ferire l’altro, se l’altro vuole ferire me?

Non esiste una risposta per forza corretta, ma secondo Ahimsa dovremmo cercare di punire gli atteggiamenti errati e di condurre una vita che sia nella pace, nel rispetto e nell’amore degli altri.

2. Satya, la non falsità

Il secondo Yama è Satya, che in sanscrito significa non distorsione, divino, o verità.

Secondo la filosofia dello yoga non esiste una sola verità. Essa può essere diversa per ognuno di noi, in base all’esperienza personale che abbiamo.

In particolare, Satya ci invita a chiederci se la nostra verità può fare del male a qualcuno, essendo in questo modo in contrapposizione con il precetto di Ahimsa, la non-violenza.

Come portare Satya nella nostra vita?

Noi utilizziamo Satya quando viviamo una vita secondo la nostra natura e non ci modelliamo o comportiamo come se fossimo qualcun altro. È un principio, secondo me, che cerca di nutrire la nostra vera essenza.

3. Asteya, non rubare

Il terzo Yama si chiama Asteya e significa non rubare, nel senso di: non prendere dagli altri per il nostro interesse personale, intendendo non solamente i beni materiali, ma anche le energie, il tempo o il talento.

Asteya riguarda anche la competizione e in particolare, oggi, in cui viviamo in una società sempre più competitiva, dovremmo cercare di seguire questo principio.

Portare Asteya nella vita significa fermarci ogni tanto e ricordarci che tutto quello che hanno gli altri non toglie niente a noi. Spesso infatti tendiamo a vedere le persone come una possibile minaccia, mentre non è affatto così, vivere una vita nello yoga significa accettare quello che c’è fuori e guardare la propria strada.

Quando parliamo del terzo Yama, quindi, non intendiamo rubare solo dalla borsetta di qualcuno, ma cercare di non manipolare le situazioni e le persone a nostro vantaggio.

4. Brahmacharya, la castità

Brahmacharya ha a che vedere con l’energia sessuale, creativa e la dispersione in generale delle nostre forze.

Brahma significa Dio, mentre Charya significa seguire, da queste due parole deriva Brahmacharya: il precetto che segue la strada del divino attraverso la nostra purificazione.

Naturalmente questo non significa non essere liberi di vivere la nostra sfera sessuale, piuttosto, quello che Brahmacharya vuole invitarci a fare è ricordarci di rispettare la nostra persona, senza farci prendere da situazioni che in realtà non desideriamo e non vogliamo.

È importante quindi nella nostra vita riuscire a tracciare dei confini sani nel rapporto con noi stessi e con gli altri.

5. Aparigraha, il non possesso

Per concludere con i cinque Yama ti parlo di Aparigraha, il non possesso, ovvero tutta quella parte di beni materiali di cui probabilmente potremmo fare a meno e saremo anche più felici.

Il possesso non è, secondo la filosofia yogica, sbagliato, ma può rappresentare un problema quando possediamo più di quello che ci serve.

Quello che non porta alla felicità e alla liberazione è proprio possedere in eccesso, un desiderio continuo e interminabile che, anche secondo il buddismo, diviene fonte di ogni sofferenza e di ogni male.

Vivere in Aparigraha non significa vivere nella povertà, ma significa non essere avari. Quindi dare agli altri, non trattenere, imparare a donare anche in modo compassionevole, in modo totalmente aperto.

Proviamo a pensare ad esempio, se davvero ci servono tutte le cose che compriamo? Siamo davvero in tanti in questo mondo, quindi più persone consapevoli ci sono meglio è, perché di risorse non ce ne sono più così tante, per questo riuscire a comprendere che possiamo vivere bene anche con meno è fondamentale.

6. Kṣamā, il perdono

Il perdono è il processo volontario per il quale decidiamo di cambiare attitudine riguardo a chi ci ha ferito o offeso ed è uno dei precetti più importanti nella tradizione buddhista e indù poiché perdonare ci libera, ci toglie un bagaglio di emozioni negative e di risentimento che a livello karmico potrebbe poi pesare per la nostra ascesa alla più pura liberazione.

Il perdono quindi viene inteso come una legge karmica molto importante che ci consente di escludere l’odio dalla nostra vita. So che anche questo concetto è molto complesso, non è così facile dire a qualcuno di perdonare, ma è vero che il perdono è uno strumento che possediamo dentro di noi proprio perché siamo ricchi e pieni di amore e possiamo utilizzarlo per purificarci e poter vivere una vita nella liberazione.

Molto spesso per aiutarci ad arrivare al perdono abbiamo bisogno di terapia, di aiuto, di tempo, questa non vuole essere assolutamente una banalizzazione.

7. Dhrti, la perseveranza

Dhrti è la pazienza, la perseveranza, è il concetto secondo il quale “il giorno in cui pianti un seme che non è il giorno in cui vedrai crescere la pianta”

Questo concetto è importantissimo anche sul tappetino per capire che la perseveranza ci aiuta a sconfiggere gli ostacoli, a passarli, ci aiuta a vedere i miglioramenti nel nostro corpo senza concentrarci sulla performance.

Tutte le cose arrivano con costanza e con il tempo.

8. Dayā, la compassione

Daya è la fonte di amore incondizionato. Compassione significa riuscire a vedere la sofferenza altrui e riuscire ad alleggerirla con le nostre capacità. Daya significa provare empatia, capire che la nostra sofferenza e quella degli altri sono paritarie e riuscire a donare con atti d’amore un sollievo. 

Ognuno di noi ha il suo strumento, il suo talento per aiutare le altre persone a vivere meglio e ognuno di noi dovrebbe scoprirlo ed utilizzarlo poiché questa grande sensibilità è presente in ogni essere umano. 

9. Ārjava, la sincerità

Arjava è la non-ipocrisia ed è molto simile a Satya, la verità. Non essere ipocriti significa non predicare in un modo e razzolare in un altro. Significa essere coerenti, scegliere chi vogliamo essere e seguire la nostra strada.

10. Mitāhāra, l’alimentazione moderata

L’ultimo Yama è Mitahara, la dieta bilanciata. Si tratta in particolare di non prendere le risorse che non ci servono, di vivere seguendo una dieta sana, come quella sattvica o ayurvedica.

In India, ad esempio, si pratica molto spesso un regime alimentare vegetariano perché è uno dei modi per essere in linea con Ahimsa e Mitahara allo stesso tempo. È un atto di consapevolezza.

Conclusioni

Spero che tutto quello che ti ho raccontato possa esserti utile in questo momento, possa averti fatto capire che nello yoga parliamo di filosofia di vita, di come raggiungere la pace e, per raggiungerla, dobbiamo provare a mettere in atto questi precetti morali. Quindi ti invito a provare a vivere le tue giornate in questo modo. E poi, a praticare anche sul tappetino. 

Io spero tanto che questo focus ti sia piaciuto e che ti sia utile, ti invito a guardare il video dove vado molto più in profondità in ogni concetto.

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Ti ringrazio tanto e ti aspetto!

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